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Per far funzionare la società odierna — muoverne gli ingranaggi, azionarne le presse, tenerne accesi gli schermi — serve una forza disumana. Una forza che va non solo reperita, ma diversificata ed accumulata all’infinito per permettere sempre ulteriori espansioni industriali. Chi detiene il potere, politico ed economico, deve quindi spremere ogni singola briciola di energia dal pianeta, intrappolata nei legami chimici della materia, da ognuna delle sue fonti: centrali nucleari che sfruttano la potenza degli atomi; impianti termici che bruciano tonnellate e tonnellate di gas e petrolio; miniere che bucano e divorano la terra alla ricerca di carbone; distese di pannelli fotovoltaici e pale eoliche che catturano raggi e brezze, dando l’illusione che l’attuale modo di vivere sia riformabile. Le cosiddette «crisi energetiche», che vengono menzionate di tanto in tanto, nascono dai limiti insiti in ciò che resta della natura di alimentare la forsennata corsa del progresso. 

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da finimondo.org

Per quanto non sia nostra pratica pubblicare articoli apparsi sulla stampa locale e nazionale, facciamo per una volta un’eccezione per via del contenuto particolarmente importante riportato nel seguente articolo del Quotidiano di Lecce di venerdi 24 aprile 2015, e trovato affisso sui muri della città.

Quotidiano

 

 

images-1.jpe_ da http://www.finimondo.org

È probabile che nessuno scrittore di fama ne rivendichi la giustezza, ma non sarà certo questo a sminuirne il potenziale. Un sabotaggio è stato compiuto contro le trivelle che stanno effettuando i carotaggi preliminari per conto di TAP (Trans Adriatic Pipeline), la joint-venture che dovrà costruire l’omonimo gasdotto per portare metano dall’Azerbaijan all’Italia. Si è appreso di vetri rotti, quadri di comando danneggiati e tubi tagliati, cosa che comporterà uno stop dei lavori di alcuni giorni, perché i mezzi adoperati dovranno essere portati via e sostituiti con altri. Tutto è accaduto proprio mentre TAP pubblicava sulla Gazzetta Ufficiale europea il bando per gli appalti dei vari lavori, che dovrebbero iniziare nel 2016. Un buon monito per gli aspiranti appaltatori.
Sebbene l’iter autorizzativo non sia, ufficialmente, ancora concluso, e il punto d’approdo non ancora ufficiale, in realtà tutti ormai sanno che il luogo prescelto resterà San Foca, in provincia di Lecce, e le varie anime della contestazione istituzionale – dai sindaci ai comitati – sembrano rassegnati a questa decisione, e lamentano solo di essere stati raggirati dalla politica – locale e regionale, soprattutto – e non tutelati dalla giustizia – magistratura, Tar, forze dell’ordine.
Ora che la maschera della mediazione politica è definitivamente caduta, ora che la farsa della difesa degli interessi dei cittadini ad opera di organismi indipendenti si è palesata per quello che è sempre stata, ora che il meccanismo della delega è naufragato miseramente, si manifesta in maniera sempre più chiara e netta quale sia l’unico modo per opporsi realmente alle imposizioni che vogliono calare sulle nostre teste: l’opposizione diretta, in prima persona, mediante l’attacco. Qualche voce in tal senso si è levata da tempo…
La vecchia idea di manifestare concretamente la propria ostilità nei confronti dei colonizzatori e speculatori di turno e dei loro sostenitori è stata finalmente raccolta da qualche anonimo insonne, che ha preso per mano la propria buona volontà ed il proprio coraggio, ed ha lanciato il cuore – e le braccia – oltre l’ostacolo. È probabile che non tutti abbiano condiviso, castrati da una moralità religiosa e da un sacro timore verso la legge, ma è anche certo che in molti abbiano approvato, ridendo sotto i baffi, per non farsi troppo notare.
Le notti saranno ancora tante, stellate o piovose, così come i giorni, freddi o afosi, prima che l’opera venga realizzata. C’è tempo per ripercorrere il sentiero appena appena tracciato e renderlo sempre più nitido. Da soli o in compagnia, in molti o in pochi, a seconda delle proprie inclinazioni e necessità.
Magari si smetterà di ridere sotto i baffi, e si potrà farlo apertamente e sonoramente…

[28/03/2015]

da http://www.finimondo.org

b80f0bdc1a1813fcf0aceca24cd38261fd4e6350_mE’  inutile. Per quanti sforzi faccia, la ragionevolezza dei molti non sarà mai al sicuro dagli eccessi dei pochi. La moltitudine potrà anche deridere e mettere al bando il singolo, ma resta il fatto che la sua quiete sarà sempre a rischio della rabbia dell’altro. La politica ha bisogno delle masse e per questo aborrisce la solitudine; l’etica no, basta a se stessa. La politica si potrà contemplare quanto vuole nello specchio della propria popolarità, elargire sorrisi, raccogliere applausi e contare compiaciuta sui propri numeri, veri o presunti che siano, ma nulla potrà mai impedire ad un intempestivo sasso di mandare in frantumi la sua immagine.

Prendiamo ad esempio la linea dell’Alta Velocità in costruzione in provincia di Alessandria, quella detta del Terzo Valico. La ragione di Stato vuole che si faccia e per questo conta su molti parlamentari, sulla magistratura, sulle forze dell’ordine. La ragione del contro-Stato non vuole che si faccia e per questo conta su pochi parlamentari, sulla magistratura, sulle popolazioni. Tic e tac, tic e tac, tic e tac… mentre le due parti, se non partiti, si contendono i favori dei più a furia di strombazzare riprese economiche o devastazioni ambientali, flussi di merci o flussi di mazzette, ecco che nei cantieri infestati da operai  e sbirri spuntano nottetempo sgraditi ospiti. Passi per i ladri, disperati che fanno notizia per un giorno, ma i sabotatori! Quelli no, non devono fare notizia. Ecco il motivo per cui è solo attraverso una mail anonima diffusa via internet che si è venuti a conoscenza dell’incendio che ha abbrustolito alcune notti fa un paio di macchinari.
La ragione di Stato tace, quella del contro-Stato pure. Finché non risultano funzionali all’intimidazione della repressione o alla vanagloria dell’attivismo, non sono cose degne di essere prese in considerazione e quindi non devono accadere. Eppure, oooh, che peccato…
[19/03/15]

a-stormo

“Abbiamo qui raccolto diversi testi apparsi sul sito finimondo.org relativi alla lotta No Tav in Val Susa, nonchè alcuni più teorici che affrontano una spinosa questione: la partecipazione nelle lotte sociali da parte di chi ha aspirazioni non riducibili a un qualsiasi rivendicazionismo. Chiudono il libro tutti i documenti apparsi dopo che i portavoce “di Movimento” di tale lotta hanno pubblicamente indicato alla polizia, dalle pagine dei loro siti notav.info e infoaut.org, i redattori di finimondo quali autori di alcuni sabotaggi avvenuti nel presente e di altre azioni illegali avvenute nel passato. Pubblica delazione poi coperta e infine negata in mezzo all’imbarazzo generale. Fra straccetti di benzina, straccioni politici e stracci etici, non vorremmo che un oblio interessato finisse col far dimenticare chi sono gli infami e chi sono i loro compagni, quelli che vorrebbero continuare a fare affari con loro. Ma adesso, è anche la carta a cantare. Anche per ribadire con ostinazione che in una lotta allargata si può entrare e rimanere con il coltello in pugno, nonostante e contro tutti i verminai politici.”

pp.112. formato A5. 6 euro. richieste di almeno 5 copie sconto del 30%

indesiderabiliedizioni@gmail.com

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«Se un uomo passeggia nei boschi metà di ogni sua giornata — per il solo piacere di farlo — corre il rischio di essere considerato un fannullone. Ma se spende l’intera giornata come uno speculatore, tagliando quegli stessi alberi e spogliando la terra prima del tempo, allora è considerato un cittadino industrioso e intraprendente»
Henry David Thoreau
A quanto pare ci sono individui che continuano a passeggiare lungo i binari in mezzo alla notte — per il solo piacere di farlo. È accaduto di nuovo, prima nei pressi di Roma, poi in quelli di Venezia. Ma più che fannulloni, costoro corrono il rischio di essere considerati dei provocatori. Sì, perché lasciano bottiglie incendiarie nei pozzetti della linea ferroviaria dell’Alta Velocità. Che però non bruciano giacché nessun fuoco ha illuminato l’oscurità, in entrambi i casi. C’è chi parla di bassa imperizia, chi di alta strumentalizzazione, chi di avvertimento dal basso o dall’alto. C’è chi — prima di esprimersi — guarda il calendario e conta i giorni che separarono tali piccoli gesti da grandi appuntamenti. Se i giorni sono tanti, ciò significherebbe una cosa; ma se i giorni sono pochi, ne significherebbe un’altra. È chiaro, ovvio, lampante, oggettivo.
Mah, se lo dicono loro…
Confessiamo la nostra ignoranza in materia. Non sappiamo chi sia stato. Inoltre, non essendo né inquirenti né capipopolo, non ci interessa nemmeno appurare se sia stato un aspirante sabotatore o un obbediente soldatino. Non ne abbiamo di queste curiosità. Sappiamo solo che se questi individui spendessero l’intera giornata come un politicante, speculando su quegli stessi binari e passeggiando nel tempo più opportuno, magari a braccetto di funzionari di Stato, allora sarebbero considerati cittadini responsabili e intraprendenti. Perché non bisogna guardare alla luna, bisogna stare con i piedi per terra e guardare dove si cammina, se non si vuole scivolare in… in… in…
E questo che cos’è? Toh, guarda, un tappo di bottiglia…
(25/2/15)

da finimondo.org

«Fate entrare l’infinito»
No, non c’è un usciere all’ingresso delle im-possibilità umane. Spetta a ciascuno di noi aprire quella porta. Scassinarla, al limite, per trovare una via di fuga da questo grande mondo istituzionale in decomposizione, da questo piccolo mondo rivoluzionario in putrefazione. Perchè le illusioni spacciate dal grande mondo sono scadute, come la mitopoiesi sciorinata dal piccolo mondo. In questo labirinto di riflessi non c’è libera uscita: c’è un pantano in cui si sprofonda, ci sono specchi su cui ci si arrampica. Si entra da esseri umani, e si rimane chiusi dentro da cittadini o da militanti. Annaspanti, senza aria, chi a elemosinare diritti ridicoli, chi ad amministrare rivendicazioni patetiche.
Alla fine dello scorso dicembre, il dado è stato tratto. Una pubblica delazione all’interno del “Movimento”. Con rare ammirevoli eccezioni, un silenzio assordante l’ha accompagnata nei primi giorni. Solo un’invasione di campo da oltre confine – certe fierezze, come certe vergogne, non hanno passaporto – ha smosso le acque. Anelito di vita o aria che gonfia un cadavere? Solo il tempo potrà dirlo. Nessun dubbio però: un Movimento che non si muove davanti ad un fatto simile è una scena, una messa-in-scena, con tanto di ruoli e pause e copioni da rispettare.
Facciamola finita con le ipocrisie. «Compagni! Non ci sono compagni. Io non vi amo. Potete vivere e divertirvi, per me fa lo stesso», diceva un poeta dandy e nichilista quasi un secolo fa. Lo ripetiamo noi oggi. È un vizio di forma, un difetto di linguaggio, che dà adito a tanti equivoci: «com-pagno» è chi mangia lo stesso nostro pane. Ebbene, noi non ne mangiamo di quel pane. A costo di morire di fame.
Non è questione di comunicati e contro-comunicati, di essere o di esserci, di agire o di fare, di bandiera nera o di bandiera rossa. È questione di etica, nonché di intelligenza, minima: non si discute con chi indica alla polizia (per meschina intenzionalità o fessa dabbenaggine, fa lo stesso). E non c’è più nulla da dire nemmeno a chi, con un conta-applausi al posto del cuore e la dignità di uno zerbino, tollera in qualche modo la delazione. Come fa chiunque protegge i delatori con l’omertà, limitandosi a indirette tiratine d’orecchie. Come fa chiunque continua ad accompagnarli per convenienza. E come fa(rà) anche chi terrà loro un broncio temporaneo, avendo dimenticato ogni ostilità permanente (ne abbiamo visti troppi di lupi selvaggi diventare cagnolini da riporto non appena sentono il battito della ciotola). Siamo troppo vecchi per credere nella promessa della menzogna. Siamo troppo giovani per sopportare il fetore della carogna.
Sputiamo sulle tombe di tutti loro, delatori e compagni di delatori. Perché, anche se non se ne sono accorti, sono più morti dei morti. Non esseri umani, fatti di carne e di sangue, ma burattini di paglia da agitare su un palcoscenico.
Tutte queste miserie le lasciamo dietro di noi. Inutile che battano alle nostre spalle, non ci volteremo. Abbiamo una porta da aprire, o al limite da scassinare. Al nostro fianco ci sarà sempre posto per individui animati dal medesimo desiderio – unire il sogno all’azione. Tutti gli altri, se ne stiano alla larga. Perché manteniamo intatta una buona memoria, e non accetteremo mai l’oblio di scambio. Chi tenterà di far scomparire l’avvenuta pubblica delazione con l’incanto della rimozione – solo una scomoda polemica, voltiamo pagina – dovrà rassegnarsi. Talvolta la storia prende vie impreviste per sgusciare fuori dai capitoli chiusi. Anche i ricordi sono riverberi. E come ebbe a dire qualcuno – mai frase fu più appropriata date tutte le circostanze – «siamo soli come le montagne, abbiamo complici ovunque».
Andiamo avanti, sì, cerchiamo di far entrare l’infinito. In quest’epoca di massacri, di vite civili nel sangue e di coscienze rivoluzionarie nel fango, è questa la nobile follia.
[10/2/15]

da finimondo.org Schermata-2013-06-09-alle-12.15.07

No, anche se non sarà Auschwitz a distruggere il mondo bensì Hiroshima, da un punto di vista morale Auschwitz è stato incomparabilmente più orribile di Hiroshima. Lo sottolineo perché, sfogliando i miei appunti, sono sfiorato dal sospetto di essermi accostato ad Auschwitz con il pregiudizio che quella che consideriamo una forma di genocidio valga anche nell’altro caso. Non è vero. Al confronto dei responsabili di Auschwitz – e furono molte migliaia – i piloti che volarono sul Giappone furono degli angeli. Se sia stato un «passo in avanti» è un’altra faccenda. (altro…)

da finimondo.org

È il punto zero di un nuovo progetto. Dalle prime tipografie clandestine e dagli opuscoli che passavano di mano in mano sottobanco fino ai tavolini con la stampa all’uscita della metro o nei circoli anarchici: gli anarchici si sono sempre appropriati di strumenti per alimentare, col dibattito e l’azione sovversivi, le idee antiautoritarie e le lotte. È in tal senso che questa pubblicazione vuole anche essere un mezzo, in particolare nel fornire uno spazio per stimolare il dibattito internazionale fra anarchici. Ecco perché queste pagine faranno posto soprattutto a lotte il cui fine sia anarchico: a lotte autonome, dirette e autorganizzate; a lotte miranti alla distruzione del potere in tutte le sue forme; a lotte presenti, passate e future.
Altri progetti sono stati azzardati su percorsi simili. Ma spesso abbiamo avuto la sensazione di trovarci di fronte ad informazioni frammentarie e a mere “notizie”. Cose che ci hanno lasciato con la nostra fame, senza darci sufficiente materia per affinare metodi, approfondire idee, elaborare prospettive e rendere incisive le affinità.

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da http://anarchicipistoiesi.noblogs.org spione1

I castelli di carta ogni tanto vengono giù, certe volte per un soffio di vento, altre perché si inciampa nel tavolo…dando un’occhiata alle vicende di questi ultimi periodi riguardanti la confidenza poliziesca a mezzo internet, mi pare proprio che i virgulti e le virgulte di notav.infam questa gomitata l’abbiano data proprio forte, e che le carte cadendo abbiano scoperto un bel panorama sulla reale faccia -ma ce n’era bisogno!?- di lor signiori/e: quello di arroganti autoritari che non disdegnano nemmeno la delazione pur di attaccare chi ha osato mettere in discussione il dogma e la dottrina notavica.

Di parole, più o meno moderate (ma come si fa ad essere moderati davanti alla delazione? Vien da pensar male…), più o meno condivisibili ne sono state dette molte, come molti sono stati gli isterismi da diva insolentita da parte dei signori confidenti. Ora a distanza di vari giorni la voce degli ormai noti delatori (repetita juvant) torna a farsi sentire, chissà quante volte avranno letto e riletto queste poche righe per sincerarsi di non inciampare nuovamente nel famoso tavolo…eppure il risultato, pur evidentemente frutto di sforzi delle migliori ed illuminate menti dell’ufficio stampa dell’anonima infami, non è poi granché…i nostri cominciano con il giocare con le parole…e l’evidente delazione diventa “un errore nell’ultima frase del nostro contributo”, proprio una bella manipolazione dei contenuti che avrebbe potuto trovare spazio nel libro di Chomsky/Herman “La fabbrica del consenso”; infatti in questo novello scritto dei nostri un’evidente delazione diventa un semplice errore tecnico di scrittura, quindi concettualmente si passa da una questione di sostanza, con tutto ciò che significa, ad una questione meramente tecnica, tentando così un’autoassoluzione attraverso lo svuotamento contenutistico e simbolico di certe affermazioni. Così come nel linguaggio del potere i poveracci che muoiono nelle sue guerre sono definiti “effetti collaterali”, i tristi figuri di notav.infam trasformano la loro delazione in un semplice errore di forma e che come tale secondo loro andrebbe letta ed interpretata. Il meccanismo è il medesimo, i nostri lo usano però in maniera stentata. Purtroppo per lor signori però le parole hanno un peso e certe affermazioni hanno un significato e delle conseguenze che non possono essere eluse semplicemente adducendo a giustificazione la propria buona fede ed un semplice errore… (altro…)