Riflessioni


I boschi d’autunno hanno qualcosa di speciale, l’odore del sottobosco umido, il passo ovattato su strati e strati di foglie multicolore, il picchiettare delle foglie che cadono e la nebbiolina che imperla la barba, gli animali affaccendati in cielo, sopra e fra gli alberi, intenti a prepararsi all’inverno.
Certe volte -sempre più spesso- mi sembra proprio che fra noi animali umani “civilizzati” e gli animali non umani selvatici tutto lo scarto sia loro favorevole, immersi in una vita non mediata, priva di ipocrisie, terribile e violenta ma degna del miglior libro che potremo mai leggere.

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da finimondo.org

Laura Blanchard, Emilie Sievert 9075214bb68ab2ed091a3a83d4ab577366b870bb_m
Innanzitutto, per impedire ogni ambiguità, siamo solidali con le lotte con occupazione condotte contro i vari progetti industriali e capitalisti che, più che pianificare il territorio, contribuiscono a pianificare la nostra vita. Non solo siamo solidali, ma vi contribuiamo attivamente pur non definendoci zadisti. Ma non ci ritroviamo sempre con quanto viene portato avanti. È abbastanza logico, considerata la diversità delle persone che lottano. Per il momento tralasciamo la questione della composizione e della maniera di accordarsi, sulla quale magari torneremo in seguito. Abbiamo deciso di scrivere questa prima lettera il cui scopo non è di impartire lezioni che saremmo ben poco legittimati a tenere, ma di trasmettere le nostre osservazioni, i nostri dubbi e le nostre inquietudini.
Di recente ci siamo ovviamente arrabbiati quando abbiamo appreso che contro gli zadisti sono stati organizzati dei «pro-sbarramenti» a Sivens, o dei «pro-Center parcs» a Roybon: bloccando le strade per impedire l’arrivo di nuove persone in lotta e ridurre il rifornimento logistico, danneggiando i veicoli degli zadisti o le capanne dei campeggi, con minacce, insulti, aggressioni, ecc. Solidali con le persone del posto, le reazioni e i discorsi di certi zadisti ci hanno talvolta lasciato perplessi. A Sivens alcuni si indignano che gli sbirri non si mettano in mezzo e non proteggano almeno i veicoli amici e le persone. A Roybon, altri si indignano che i gendarmi non trovino il tempo per indagare sul posto dopo il lancio di molotov, dato che il fatto stesso che possano entrarvi non dovrebbe essere un’ovvietà. Anche in quel caso, si supponeva con indignazione che gli sbirri avessero lasciato fare senza intervenire… Lo Stato si ritrova d’un tratto rilegittimato, chiamato a interporsi coi caschi blu fra pro e contro e a diventare arbitro del conflitto, attraverso i suoi sbirri, quegli stessi che hanno già colpito e aspettano solo un ordine per radere al suolo le ZAD, quegli stessi che hanno assassinato Rémy Fraisse alcuni mesi fa. È un errore credere che ci sia la FNSEA o i piccoli proprietari di Roybon da una parte, e lo Stato con i suoi eletti, i suoi servizi e i suoi sbirri dall’altra; Vinci e Pierre e Vacances da un lato, e lo Stato dall’altro. C’è solo un’unità di interessi convergenti. Del resto le comunità rurali coinvolte dai progetti non sono entità omogenee. Emergono anche questioni di classe, di gerarchie, di influenza morale, materiale, ideologica, religiosa… Stato e capitale trovano complici per interesse o adesione ideologica. Non dobbiamo quindi aspettarci di vedere solo persone in uniforme schierate contro di noi.
Stato e capitale avanzano insieme. Questi progetti possono vedere la luce solo con la complicità dello Stato, ovvero con il suo sostegno amministrativo, politico, finanziario e attraverso infrastrutture che solo lui può autorizzare. E, all’occorrenza, con i suoi sbirri. A Chefresne, che doveva essere attraversata da una linea ad alta tensione, gli sbirri hanno scacciato un proprietario dal suo campo per permettere all’industria RTE di continuare le sue devastazioni, benché l’industria in questione non avesse l’autorizzazione della Giustizia, la quale evidentemente aveva chiuso gli occhi… «Polizia nazionale, milizia del capitale», «Giustizia, complice». In questo caso certi slogan colpiscono bene, ma a furia di ripeterli per riflesso non si è più consapevoli del loro significato reale.

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bersaglioOllallà! Pare proprio che ogni tanto qualche freccetta colpisca proprio il sugherino centrale del bersaglio, quello che vale un sacco di punti per intendersi, e se la freccetta in questione si chiama “critica radicale” vuol dire che per una volta le parole hanno avuto un peso, e che diamine! Non capita spesso! Festeggerò brindando alla salute di coloro che mi hanno omaggiato di un bel regalo, anche se fuori stagione -il mio compleanno è a luglio- vergando sulla via che mi riporta a casa la notevole frase: “Tornatene a Pistoi(A) parassita da tastiera”. Personalmente avrei aggiunto un bel punto esclamativo, ma tant’è non sindachiamo gli stili letterari altrui.

Insomma ogni epoca ha i suoi spettri che si aggirano qua e là e se qualche annetto fa era quella cosa chiamata comunismo (già roba da preti) oggi -i tempi hanno i fantasmi che si meritano- questa presenza invero un po eterea ma bella urticante quando capita di incontrarla, si chiama “critica”. Mi rendo conto dello strumento demodé come mi rendo conto che le poche volte che questo viene utilizzato in certi ambiti lo si è fa agitandolo come un piumino o -in alcuni casi- come uno stiletto, ebbene purtroppo ho il vizio di utilizzare sempre l’ascia da spacco, che ci posso fare, ad ognuno lo strumento che gli è più affine…

Ma non ci perdiamo e torniamo all’oggetto in essere: “Tornatene a Pistoi(A) parassita da tastiera”; ovviamente qualcuno ha trovato urticante l’articolo scritto per Avalanche (che per chi non lo sapesse è un bollettino anarchico internazionale multilingue) e poi pubblicato in italiano sul blog “anarchicipistoiesi”. L’articolo in quesione, che analizza criticamente dal punto di vista dei due estensori la questione valsusina e la presenza di alcuni anarchici all’interno di questa esperienza evidentemente ha colpito nel segno e proprio come l’ortica ha punto chi l’ha afferrata con foga nella maniera sbagliata. Eppure l’ortica è un cibo ottimo, va solo saputa raccogliere e trattare, per poi poterla gustare nella miglior maniera, come la critica insomma che o la si recepisce come andrebbe recepita o travolge e urtica. Fortunatamente molti affini hanno saputo gustare questa infestante senza pungersi…Insomma se la critica ha colpito, tanto da spingere qualcuno a muoversi in una notte umidiccia, anche se non so quando sia stata vergata la felice dimostrazione del bersaglio centrato, la mattina non c’era, all’ora tarda nella quale son rientrato era li sul muro a far bella mostra di sé, spero ci rimanga molto! E’ la prova provata che le parole si depositano come sale sulle piaghe aperte della (in)coerenza…ma, è già perché un “ma” c’è, alcune cosette in più sul contenuto palese e latente della scritta va detto. Partiamo da ciò che si vede: “parassita da tastiera” frasetta che nei contenuti risulta essere piuttosto scontata…il classico “sei solo in rete” o “non ti si vede mai” dovrebbe ormai aver perso di senso, anche perché o certuni si son messi a fare il lavoro dell’investigatore andandosi -da bravi spioni- ad informare su chi fa cosa e quando, o dovrebbero riflettere un minimo sul fatto che le richieste di “curriculum” militante generalmente lo fanno le…questure…ergo se lor signori vogliono sapere qualcosa di me vadano dai loro colleghi in potenza, la questura di riferimento si trova a Pistoia, via Macallé, ma forse facendo richiesta all’ufficio competente di Torino detto “curriculum” potrebbe arrivarvi comodamente a casa.

Passiamo ai contenuti latenti…a fronte di una critica piuttosto circostanziata -nei limiti dei mezzi degli ostensori, s’intende- si tenta di eludere la questione andando a cercarsi il capro espiatorio perfetto, e cosa di meglio di un bell’anarchico individualista con il vizio di dire e scrivere ciò che pensa? Ma la questioni poste nell’articolo hanno vita propria, al di là che le abbia scritte un “angelo” delle barricate (vi piace la figura pretucci?), uno scribacchino da tastiera, un eccitato mentale…sì perché le questioni di sostanza sono tali sia che a indagarle e metterle in luce sia la linda mano del giovane militante, o quella un po più sporca -ma potrebbe essere altrimenti, frugando nel putridume?- del “rompicoglioni” di turno…No cari, non sarò il dito dietro il quale vi nasconderete, piuttosto -e da oggi ancor di più- sarò l’indice che stuzzicherà la carne viva delle contraddizioni e della critica. Dove abito lo sapete, e conto di starci finché non avrò voglia di camminare altre montagne. Che volete fare, oltre a dimostrare con le vostre azioni che quando vi si accusa di “pensiero unico” ed omologato si centra proprio il citato sugherino? Io rimango insuscettibile di ravvedimento…e difficile pure da intimidire, a voi cari!

Sempre ritto a prua! Marco, Anarchico Individualista.

da crocenera.org

0facciamofintaE’ scaricabile in pdf “Facciamo finta che tutto va bene… che tutto va bene…” , uno scritto del gennaio 2015 di Gianluca Iacovacci, rinchiuso nella sezione AS2 di Ferrara e condannato in primo grado a 6 anni per una serie di sabotaggi nella zona dei Castelli Romani. Nel testo il compagno spiega  le sue scelte di rifiuto della difesa nel contesto processuale, allargando il discorso alla critica contro certe dinamiche di movimento, alla  solidarietà, all’azione.

Pubblichiamo il nostro contributo uscito sul numero 4 di Avalanche:

La leggenda della valle che non c’è

Non è semplice sintetizzare in un articolo la questione valsusina ed il ruolo che gli anarchici – alcuni – si sono “ritagliati” al suo interno, la faccenda è molto ampia ed articolata, ci limiteremo quindi a dare la nostra chiave di lettura su certe dinamiche che abbiamo potuto osservare in alcuni anni di permanenza nella famigerata “valle che resiste”. In primis necessita mettere in luce quello che è il modus operandi che i detentori della linea politica di movimento hanno impostato/imposto e che portano avanti, con buona pace degli anarchici/notav.

Partiamo dalla conclusione: in Val di Susa sussistono reali possibilità di rivolta, in essere o in potenza, che possano mirare all’abbattimento delle logiche di dominio quali le conosciamo e con le quali come anarchici confliggiamo quotidianamente? La risposta è no. In Val di Susa lo scenario è quello classico della lotta di cortile che si sostanzia su un territorio certo ampio ma che risente appunto di tutti i limiti dei movimenti «non nel mio giardino». Come abbiamo più volte avuto la possibilità di notare, il movimento valsusino nella sua grande maggioranza non è interessato alle lotte che si svolgono lontano dei suoi confini e se ne trattano lo fanno solo o per strumentalizzazione politica o per una questione di empatia superficiale e tutta “religiosa” che non è quindi interessata a rilevare similitudini e differenze dei conflitti in atto e di trarne un ragionamento generale di critica ed attacco al potere, che infatti non viene rifiutato né messo in discussione ma del quale si chiede sostanzialmente una gestione più “equa”.

Sul piano strettamente locale la cosa si fa ben evidente nei momenti di consultazioni elettorali, sia nazionali, ma in maggior misura – ovviamente – in quelle comunali, quando l’oligarchia di movimento, la stessa che si consulta e stabilisce le linee d’azione in riunioni ristrette prima delle farse decisionali dei cosiddetti “coordinamenti dei comitati” (1), momenti di riunione spacciati per assemblee decisionali orizzontali ma che hanno più il gusto di una comunicazione dei pochi ai molti sulle eventuali azioni da intraprendere, si affanna nella corsa a ricoprire incarichi istituzionali. Inizia così il grande valzer delle oscene alleanze, concupiscenze ed intrallazzi al fine dell’ottenimento del voto, con lo scopo di accrescere la propria popolarità personale e per cercare di conquistare il governo di alcuni comuni interessati dal passaggio dell’Alta Velocità o delle infrastrutture ad essa collegate, per avere la propria briciola di potere ed andarla a far pesare nei colloqui con i supposti nemici dell’organizzazione statale.


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«Se un uomo passeggia nei boschi metà di ogni sua giornata — per il solo piacere di farlo — corre il rischio di essere considerato un fannullone. Ma se spende l’intera giornata come uno speculatore, tagliando quegli stessi alberi e spogliando la terra prima del tempo, allora è considerato un cittadino industrioso e intraprendente»
Henry David Thoreau
A quanto pare ci sono individui che continuano a passeggiare lungo i binari in mezzo alla notte — per il solo piacere di farlo. È accaduto di nuovo, prima nei pressi di Roma, poi in quelli di Venezia. Ma più che fannulloni, costoro corrono il rischio di essere considerati dei provocatori. Sì, perché lasciano bottiglie incendiarie nei pozzetti della linea ferroviaria dell’Alta Velocità. Che però non bruciano giacché nessun fuoco ha illuminato l’oscurità, in entrambi i casi. C’è chi parla di bassa imperizia, chi di alta strumentalizzazione, chi di avvertimento dal basso o dall’alto. C’è chi — prima di esprimersi — guarda il calendario e conta i giorni che separarono tali piccoli gesti da grandi appuntamenti. Se i giorni sono tanti, ciò significherebbe una cosa; ma se i giorni sono pochi, ne significherebbe un’altra. È chiaro, ovvio, lampante, oggettivo.
Mah, se lo dicono loro…
Confessiamo la nostra ignoranza in materia. Non sappiamo chi sia stato. Inoltre, non essendo né inquirenti né capipopolo, non ci interessa nemmeno appurare se sia stato un aspirante sabotatore o un obbediente soldatino. Non ne abbiamo di queste curiosità. Sappiamo solo che se questi individui spendessero l’intera giornata come un politicante, speculando su quegli stessi binari e passeggiando nel tempo più opportuno, magari a braccetto di funzionari di Stato, allora sarebbero considerati cittadini responsabili e intraprendenti. Perché non bisogna guardare alla luna, bisogna stare con i piedi per terra e guardare dove si cammina, se non si vuole scivolare in… in… in…
E questo che cos’è? Toh, guarda, un tappo di bottiglia…
(25/2/15)

da finimondo.org

«Fate entrare l’infinito»
No, non c’è un usciere all’ingresso delle im-possibilità umane. Spetta a ciascuno di noi aprire quella porta. Scassinarla, al limite, per trovare una via di fuga da questo grande mondo istituzionale in decomposizione, da questo piccolo mondo rivoluzionario in putrefazione. Perchè le illusioni spacciate dal grande mondo sono scadute, come la mitopoiesi sciorinata dal piccolo mondo. In questo labirinto di riflessi non c’è libera uscita: c’è un pantano in cui si sprofonda, ci sono specchi su cui ci si arrampica. Si entra da esseri umani, e si rimane chiusi dentro da cittadini o da militanti. Annaspanti, senza aria, chi a elemosinare diritti ridicoli, chi ad amministrare rivendicazioni patetiche.
Alla fine dello scorso dicembre, il dado è stato tratto. Una pubblica delazione all’interno del “Movimento”. Con rare ammirevoli eccezioni, un silenzio assordante l’ha accompagnata nei primi giorni. Solo un’invasione di campo da oltre confine – certe fierezze, come certe vergogne, non hanno passaporto – ha smosso le acque. Anelito di vita o aria che gonfia un cadavere? Solo il tempo potrà dirlo. Nessun dubbio però: un Movimento che non si muove davanti ad un fatto simile è una scena, una messa-in-scena, con tanto di ruoli e pause e copioni da rispettare.
Facciamola finita con le ipocrisie. «Compagni! Non ci sono compagni. Io non vi amo. Potete vivere e divertirvi, per me fa lo stesso», diceva un poeta dandy e nichilista quasi un secolo fa. Lo ripetiamo noi oggi. È un vizio di forma, un difetto di linguaggio, che dà adito a tanti equivoci: «com-pagno» è chi mangia lo stesso nostro pane. Ebbene, noi non ne mangiamo di quel pane. A costo di morire di fame.
Non è questione di comunicati e contro-comunicati, di essere o di esserci, di agire o di fare, di bandiera nera o di bandiera rossa. È questione di etica, nonché di intelligenza, minima: non si discute con chi indica alla polizia (per meschina intenzionalità o fessa dabbenaggine, fa lo stesso). E non c’è più nulla da dire nemmeno a chi, con un conta-applausi al posto del cuore e la dignità di uno zerbino, tollera in qualche modo la delazione. Come fa chiunque protegge i delatori con l’omertà, limitandosi a indirette tiratine d’orecchie. Come fa chiunque continua ad accompagnarli per convenienza. E come fa(rà) anche chi terrà loro un broncio temporaneo, avendo dimenticato ogni ostilità permanente (ne abbiamo visti troppi di lupi selvaggi diventare cagnolini da riporto non appena sentono il battito della ciotola). Siamo troppo vecchi per credere nella promessa della menzogna. Siamo troppo giovani per sopportare il fetore della carogna.
Sputiamo sulle tombe di tutti loro, delatori e compagni di delatori. Perché, anche se non se ne sono accorti, sono più morti dei morti. Non esseri umani, fatti di carne e di sangue, ma burattini di paglia da agitare su un palcoscenico.
Tutte queste miserie le lasciamo dietro di noi. Inutile che battano alle nostre spalle, non ci volteremo. Abbiamo una porta da aprire, o al limite da scassinare. Al nostro fianco ci sarà sempre posto per individui animati dal medesimo desiderio – unire il sogno all’azione. Tutti gli altri, se ne stiano alla larga. Perché manteniamo intatta una buona memoria, e non accetteremo mai l’oblio di scambio. Chi tenterà di far scomparire l’avvenuta pubblica delazione con l’incanto della rimozione – solo una scomoda polemica, voltiamo pagina – dovrà rassegnarsi. Talvolta la storia prende vie impreviste per sgusciare fuori dai capitoli chiusi. Anche i ricordi sono riverberi. E come ebbe a dire qualcuno – mai frase fu più appropriata date tutte le circostanze – «siamo soli come le montagne, abbiamo complici ovunque».
Andiamo avanti, sì, cerchiamo di far entrare l’infinito. In quest’epoca di massacri, di vite civili nel sangue e di coscienze rivoluzionarie nel fango, è questa la nobile follia.
[10/2/15]

da http://anarchicipistoiesi.noblogs.org spione1

I castelli di carta ogni tanto vengono giù, certe volte per un soffio di vento, altre perché si inciampa nel tavolo…dando un’occhiata alle vicende di questi ultimi periodi riguardanti la confidenza poliziesca a mezzo internet, mi pare proprio che i virgulti e le virgulte di notav.infam questa gomitata l’abbiano data proprio forte, e che le carte cadendo abbiano scoperto un bel panorama sulla reale faccia -ma ce n’era bisogno!?- di lor signiori/e: quello di arroganti autoritari che non disdegnano nemmeno la delazione pur di attaccare chi ha osato mettere in discussione il dogma e la dottrina notavica.

Di parole, più o meno moderate (ma come si fa ad essere moderati davanti alla delazione? Vien da pensar male…), più o meno condivisibili ne sono state dette molte, come molti sono stati gli isterismi da diva insolentita da parte dei signori confidenti. Ora a distanza di vari giorni la voce degli ormai noti delatori (repetita juvant) torna a farsi sentire, chissà quante volte avranno letto e riletto queste poche righe per sincerarsi di non inciampare nuovamente nel famoso tavolo…eppure il risultato, pur evidentemente frutto di sforzi delle migliori ed illuminate menti dell’ufficio stampa dell’anonima infami, non è poi granché…i nostri cominciano con il giocare con le parole…e l’evidente delazione diventa “un errore nell’ultima frase del nostro contributo”, proprio una bella manipolazione dei contenuti che avrebbe potuto trovare spazio nel libro di Chomsky/Herman “La fabbrica del consenso”; infatti in questo novello scritto dei nostri un’evidente delazione diventa un semplice errore tecnico di scrittura, quindi concettualmente si passa da una questione di sostanza, con tutto ciò che significa, ad una questione meramente tecnica, tentando così un’autoassoluzione attraverso lo svuotamento contenutistico e simbolico di certe affermazioni. Così come nel linguaggio del potere i poveracci che muoiono nelle sue guerre sono definiti “effetti collaterali”, i tristi figuri di notav.infam trasformano la loro delazione in un semplice errore di forma e che come tale secondo loro andrebbe letta ed interpretata. Il meccanismo è il medesimo, i nostri lo usano però in maniera stentata. Purtroppo per lor signori però le parole hanno un peso e certe affermazioni hanno un significato e delle conseguenze che non possono essere eluse semplicemente adducendo a giustificazione la propria buona fede ed un semplice errore… (altro…)

da finimondo.org bc0b9da08d8919b1c68254e2dd37d5d38c3ace7b_m

Eh sì, lo possiamo capire. Chi è ghiotto solo di complimenti e suggerimenti, non tollera in alcun modo le critiche. Quando capita che qualcuno sostenga pubblicamente tesi avverse, la vista gli si annebbia e perde le staffe. Passi che ciò avvenga in privato, possibilmente a quattr’occhi. Ma davanti a tutti? Magari critiche messe pure nero su bianco, al riparo dall’oblio e dalla sordità interessata! Per certa gente una critica non è un avvio di dibattito, macché, è un oltraggio di lesa maestà. Di controbattere alle critiche non ci pensano proprio (chi per paura di lasciare troppi neuroni sul campo, chi per paura di scoprire di avere a disposizione solo ormoni) e quindi, per evitare ogni discussione, ricorrono sempre al medesimo antico espediente. Anziché rispondere sul cosa, interrogano sul chi – «Mi critichi? A meeeee? Come osi, bifolco! Dimmi subito chi sei e cosa fai!».
Lo scorso millennio questo genere di penosa scappatoia era utilizzata solo da partitari prima, e da anarco-codini poi. Ora invece, decadenza dei tempi in cui le idee non hanno più alcuna importanza, ha tracimato un po’ dovunque. Ecco quindi che quando un Machiavelli della lotta sociale viene o si sente criticato, si mette a strillare contro i parolai da tastiera; mentre quando è un Batman dell’azione distruttiva ad essere o sentirsi criticato, si mette a tuonare contro i parolai nullisti pratici. Il primo non si degna di sostenere le proprie argomentazioni in favore delle sue scelte tattiche, così come il secondo si guarda bene dall’avanzare le proprie ragioni in favore della sua scelta operativa. Discutere, ma stiamo scherzando? No, no, si discute solo fra di noi, fra chi è già d’accordo, in modo da non avere guastatori fra i piedi (contro cui bastano e avanzano i pettegolezzi di corridoio). Ecco perché uno liquida le critiche come prescrizioni mediche formulate da sputasentenze, l’altro come dogmi eretti da pontefici e diffusi dai loro servitori. Almeno in un aspetto, quello che li fa letteralmente imbestialire, entrambi sono in perfetta sintonia: il nemico interno è la critica, e va messa a tacere.

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tagliato_4_giorni_di_autoproduzioni_BNda https://contratodaautoridad.wordpress.com

Senza dubbio uno dei grandi pericoli sempre in agguato per l’anarchia è la possibilità di diventare un insieme di pratiche prive di tutti i contenuti di offensiva contro il potere.
Questa situazione è favorita, da un lato, dallo stesso nemico attraverso i suoi valori vincolanti di governo democratico, come la “diversità”, la “tolleranza”, il “pluralismo”, così come l’integrazione economica attraverso la mercificazione della ribellione ed il consumo “alternativo”.
D’altra parte, vi è anche una serie di individui e gruppi “di protesta” e anche alcunx “anarchicx” che inconsciamente o deliberatamente prendono le distanze dall”antagonismo e dalla conflittualità permanente verso il dominio, sia mettendo a tacere la necessità della distruzione e dell’attacco diretto contro l’autorità o, nel peggiore dei casi, realizzando rozze campagne di pulizia dell’immagine dell’anarchismo, in posa come patetici difensori di un’ideologia aliena al confronto con il potere. (altro…)

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