Racconto d’escursione: La via degli stambecchi

IMG_2733“…E’ un mercoledì di sole come spero ce ne siano tanti”, questo mi ero detto per evitare i sensi di colpa dettati dallo sprecare una giornata di bel tempo stando in casa a fare altro e quindi giù via ad intagliare, progettare uscite -che nel mio caso vuol dire né più né meno fantasticare avventure come i bimbi- e fare qualche lavoretto in casa. Ogni tanto guardo gli scarponi.

Passa così la mattinata senza che abbia fatto poi molto, gli scarponi sono sempre li, ma paiono più grandi, più ingombranti. Pranzo, faccio i piatti, i soliti scarponi sembrano crescere ancora, diventare quasi una presenza opprimente, alla fine realizzo, non sono loro, non è loro la colpa di questa strana sensazione ma dello spreco che sto facendo di una giornata che sta fuggendo verso sera e che mi avrebbe potuto portare chissà dove.

Cerco così un compromesso fra l’orario e la necessità di uscire, indosso gli scarponi che d’un tratto tornano ad essere quelli di sempre prendo lo zaino e, quasi senza motivo, la macchinetta fotografica.

Mi avvio quindi per una strada bianca che passa sopra le case, chiamata ironicamente da alcuni la tangenziale nord, l’idea è quella di arrivare alle reti para-massi che proteggono la borgata centrale del paese per raccogliere un rametto di rosmarino autoctono di queste parti, che dicono essere molto aromatico; l’idea è quella di trapiantarlo nell’orto e l’unica pianta selvatica pare aver deciso di crescere proprio li dove l’uomo ha posto questi retini fuori misura per arginare i potenziali danni portati dalla montagna che scende a valle.

Sono alle reti, all’altezza dove dovrebbe trovarsi la pianta ma o non c’è più o le indicazioni non erano molto precise, mi guardo intorno, di quel famigerato rosmarino però nemmeno l’ombra, che fare dunque? Ormai sono al limitare del bosco, poco innanzi a me c’è il passaggio lasciato dagli operai fra le reti, perché non farsi una tranquilla passeggiata fra i castagni? Ormai ci sono, di tornare a casa non ho voglia, “si, andiamo, due passi dopo una giornata di ozio fanno sempre bene” mi dico, basta non spingersi troppo in alto e non cercare le solite beghe, sono già le 16 e 30 e la sera devo comunque rientrare.

Mi muovo quindi quasi in piano in un bel bosco, ci sono dei massi con delle belle forme ma troppo bassi per essere arrampicati, guardandomi intorno però provo una certa noia, la zona la conosco, ci son passato altre volte, poco più avanti sarò costretto a ridiscendere su un sentierino e poi blandamente verso casa, si rientra insomma, o forse…Più in alto di qualche decina di metri, proprio sopra di me vedo un bel roccione, strano non averlo mai notato! Decido quindi -c’era da dubitarne?- di andare a dare un’occhiata. Mi inerpico. Arrivo alla roccia e con rammarico noto come non sia poi niente di particolare, forse una linea ma nemmeno troppo bella.

Peccato.

Preso dal pensiero di come sarebbe bello avere un’area boulder così vicino a casa comincio a camminare e senza quasi accorgermene salgo dritto per dritto, come al solito, e come al solito senza aver preventivato quell’uscita.

Cambia lo scenario, comincio a salire dunque, e salgo, salgo, salgo quasi in linea retta, sorpasso dei muretti a secco franati, l’orario che prima mi ossessionava ormai è relegato in un angolino della testa, il cielo azzurro che fa capolino fra le foglie verdi degli alberi è talmente intenso che sembra promettere di non andarsene più, come se un mutuo patto con la notte gli avesse promesso imperio su tutta quella giornata.

Salgo, ad un certo punto la mia attenzione viene attirata da un turbine statico, da un abete che evidentemente fregandosene dei precetti dei suoi simili che si vogliono tutti uguali ed omologati ha invece deciso di crescere così, come se un mulinello d’aria lo avesse avvolto e tirato verso l’alto, serpente di legno e foglie, più somigliante ad un guizzo di fiamma che a un qualsiasi altro suo simile; non posso che provare una simpatia immediata per quella pianta che aveva deciso di essere così unica, una sorta di empatia mi pervade, vorrei mostrargli il tatuaggio che ho sulla schiena, appena sotto il collo: “der Einzige”, “l’unico” in tedesco, omaggio a Max Stirner e precetto d’esistenza.

 

Prendo la macchinetta fotografica e click, ora l’immagine del mio nuovo amico sarà sempre con me, o almeno fin quando la diavoleria digitale che ne conterrà le linee ed i colori sotto forma di costanti numeriche non arriverà al suo momento di obsolescenza programmata.IMG_2713

Riprendo la salita, le pendenze si fanno più aspre, in alto individuo quella che sembra una pista di qualche animale, la raggiungo e comincio a seguirla, vediamo dove porta.

“Che ore sono? Le 18”, poco male, ho ancora ore di luce.

Il panorama si apre, guardandomi intorno valuto di essere salito di circa 500 mt, qualche altro centinaio di metri e dovrei arrivare ad una formazione rocciosa piuttosto estesa che vedo sopra di me, l’ambiente comincia infatti a cambiare, il bosco è spezzato da balzi di quattro, otto metri di roccia piuttosto buona ma molto sporca, sono proprio ora sotto uno di quelli, potrei aggirarlo, oppure…”no”, mi dico, “l’ultima volta sei quasi rimasto bloccato sotto un tetto inscalabile e hai rischiato di rimetterci quanto meno qualche osso”, mi sto quindi per avviare in cerca di un passaggio più agevole quando l’occhio cade su un canaletto di circa 5 o 6 metri, parrebbero esserci dei buoni appigli e due begli alberi sulla sommità, certo che dove diventa quasi un diedro c’è molta terra, ma a quel punto sarei così vicino a quei bei tronchi, senza pensare sto già saggiando l’attacco della salita, si comincia con due appigli netti per le mani, i piedi però stentano un po sul sottile strato di polvere che vela gli appoggi ma mi alzo con facilità, poco sopra ci sono due bei rovesci, li prendo, alzo i piedi e sono nel diedro, che effettivamente è bello sporco ma ci sono un sacco di appoggi, uno, due, lolotte e tac! Sono agli alberi. Sorrido come un ebete, mi sono divertito, come negare la piacevolezza di quella sottile iniezione di adrenalina che ti da la percezione del rischio?

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Riprendo a camminare, ora la faccenda si fa veramente ripida, in più una sessantina di metri più in alto intravedo un’altra paretina. Dopo pochi minuti rieccomi davanti alla medesima decisione, salire o aggirare? Decido di salire, il passaggio sembra facile, un diedrino della stessa altezza del precedente, ma pulito. Provo l’attacco, due bei rovesci e degli ottimi piedi mi fanno alzare di un metro, allungo un braccio verso quello che sembra un evidente appiglio ma accidenti, mancano una venticinquina di centimetri, che fare? Basterebbe un piccolo dinamico e sarei con la mano al posto giusto, ma se l’appiglio non ci fosse? Se avessi le scarpette andrei su di piedi ed in un attimo sarei fuori, ma con gli scarponi è un altro discorso, cerco quindi di individuare una variante di salita, disarrampico, provo un altro metodo ma niente non mi sento sicuro, questa volta cercherò un passaggio nel bosco, “si deve sempre riuscire a capire quando non è il caso, è un bene…” mi dico, e mi avvio. Poco dopo trovo degli ampi gradoni di terra e roccia che sembrano quasi scavati, in un attimo sono sopra il balzo che mi aveva respinto.

Il bosco sale ancora, sono circa a 1600 metri e lo sguardo può svariare su tutta la bassa valle, sotto vedo il paese con le sue tre borgate, i paesi vicini, il gran bosco di Salbertrand, a sinistra il Rocciamelone e a destra lo Chaberton con la sua caratteristica “spuntatura”.

Chaberton

Chaberton

Rocciamelone

Rocciamelone

Salgo ancora costeggiando una bella parete rocciosa alta circa una ventina di metri, forse qualcosa in più, la studio per capire se potesse valere la pena di provare a chiodare qualcosa, mi sembra tutto molto difficile ma l’idea mi solletica, una bella placca appoggiata dove lavorare di delicatezza con i piedi su piccole rughe e le mani a strizzare piccole tacche, proprio l’arrampicata demodé che mi piace tanto, ma qui sembra tutto difficile, però chissà.

Ad un tratto sento dei rumori che conosco bene, qualcuno sta scendendo velocemente dall’alto, un camoscio o uno stambecco, da queste parti ne ho incontrati molti, mi sposto appena e non faccio in tempo a prendere la macchinetta che un giovane stambecco passa come un fulmine a circa una decina, venti metri da dove mi trovo.

Peccato, foto mancata.

Continuo ad esaminare la parete quando un sasso piuttosto grosso mi passa molto vicino alla testa, poi un altro, mi sposto indietro di qualche decina di metri e valuto di allontanarmi definitivamente, tornerò casomai con un bel casco. Prima di riprendere il cammino però cerco un ramo non molto lungo, circa 45cm, gli faccio la punta e riparto.

Da qualche tempo ho preso l’abitudine ad avere sempre con me, in questo tipo di uscite, un bastoncino appuntito da usare -alla bisogna- a mò di piccozza la dove le pendenze miste alle condizioni del terreno potessero espormi ad una scivolata.

Mi sposto tra bosco e parete verso una zona che pare più aperta, esco finalmente al sole e mi trovo innanzi ad un pendio molto ripido e dalla terra smossa, istintivamente alzo lo sguardo verso un costone di roccia di fronte a me e mi accorgo di essere tenuto d’occhio da una bella femmina di stambecco, muovo qualche passo in avanti, ecco che tornano a cadere i sassi, lo sguardo accarezza tutto l’anfitearo roccioso che ha come punta estrema l’osservatorio dello stambecco e mi accorgo di essere l’attrazione di giornata per un bel branco di cuccioli, vedo una due, cinque, forse dieci testoline che si muovono in alto, si fermano, mi guardano, fischiano e si spostano nuovamente.

Comincio a scattare qualche foto e provo a fare qualche filmato, ma sono controluce e riesco solo a cogliere le silouettes, intanto mamma stambecco sembra essersi messa in posa in una linea falcata che lascia intravedere la possente muscolatura della zampa posteriore.

Mi inoltro sul pendio ed ecco che il mio bastoncino risulta ancora una volta utile, avanzo goffamente -”chissà che risate si staranno facendo li in alto”- penso, ma vado avanti, scivolo. Solo in quel momento mi accorgo che una scivolata più lunga vorrebbe dire farsi un salto di diverse decine di metri; continuo dunque circospetto fra i fischi dei giovani stambecchi e la sorta di “gracchio” che è l’avvertimento della madre -”non ti avvicinare troppo!”- mi dice, gli faccio notare che loro si trovano almeno 25 metri più su, e che davanti a me non c’era che roccia, ma evidentemente non ci intendiamo.

Decido di tornare sui miei passi e continuare il giro, sono le 19 ed entro poco avrei dovuto prendere la via del ritorno.

Sono nuovamente nel bosco, riprendo a salire, l’idea è quella di arrivare nei pressi dell’alpeggio, a quota 1900, e tornare dal sentiero che porta in paese, valuto che non sarebbero dovuti mancare che un cento, centocinquanta mt di dislivello. Si sale ancora, ed ecco che incappo in un piccolo alpeggio abbandonato ma messo piuttosto bene, nemmeno troppo lontano dalla “mia nuova” potenziale falesietta, -”sarebbe un appoggio ottimo”- penso.

Continuo lungo quello che sembra un vecchio sentiero quando girato un angolo mi ritrovo davanti uno dei giovani stambecchi, ci guardiamo, ha tutta l’aria di essere incuriosito dalla mia presenza, provo dunque ad avvicinarmi un minimo, lo fotografo e lo riprendo, ma basta un passo in più che il giovincello se ne va agilmente “.fischiettando”.

Prendo la medesima strada del mio curioso amico, ormai mi sono dimenticato anche della nuova scoperta e dell’alpeggio, oltretutto la direzione dovrebbe comunque essere giusta per rientrare in paese. Mi trovo davanti all’ennesima paretina, ma individuato immediatamente un canaletto piuttosto “dolce” risalgo velocemente e mi trovo su un’ampia pista. Il panorama è splendido, la temperatura ottima, solo è un po tardi, ma pazienza, alle brutte ho la frontale. Mi muovo ora quasi in piano, mi sto evidentemente avvicinando ad un pianoro, vedo in lontananza le piante che si aprono. Sento dei rumori, vuoi vedere che…Avanzo lentamente, mi affaccio dietro alcuni alberi e mi ritrovo ad una ventina di metri da mamma stambecco che mi fissa immobile, con lei un giovane esemplare, sui costoni sovrastanti il resto del mio pubblico che mi scruta incuriosito, qualcuno mi ignora proprio e si gratta con la zampa dietro, proprio come la gatta che vive con me. Si ripete la routine: foto, filmato, provo ad avvicinarmi, mamma sta sempre immobile ma mi avverte di starmene a debita distanza, mentre qualcuno fischia. Il giovane più prossimo pare annoiarsi e decide di raggiungere i fratelli, rimango ammirato dall’eleganza con la quale risale un aspro pendio.

Mi dimentico della madre che è sempre li che mi fissa quasi immobile, provo a muovere un altro passo verso di lei, molto lentamente, ormai sono ad una quindicina di metri, forse meno, i cuccioli sono lontani, al sicuro, dovrebbe essere più tranquilla, o forse no.

Come mi avvicino la nostra abbassa la testa mostrando le corna e fa uno scatto di non più di 50 cm, utile evidentemente a farmi capire che all’occorrenza si sarebbe battuta. Nessuna paura, ma mi rendo conto che sto diventando troppo invadente in un ambiente del quale sono ospite, saluto quindi mamma e blandamente mi allontano cercando una via di discesa, sono ormai quasi le otto e comincia ad imbrunire.

Aggirata la via degli stambecchi comincio a scendere agilmente, la via sembra buona, anche se mi sembra di andare troppo spedito verso una zona che so essere dominata da un bello strapiombo.

Ad un tratto il bosco si apre ancora, sono quasi esattamente sotto la zona del mio randez vous boschivo e mi trovo su un bel prato dominato da uno strano “obelisco” in pietra, mi affaccio e mi accorgo di essere perfettamente sopra la mia borgata. Basta poco per capire che un tempo doveva essere un campo di lavanda, ci sono ancora numerose piante e l’esposizione è ottima e qui la sua coltivazione era una delle poche risorse. Se c’era un campo dev’esserci per forza anche una traccia di sentiero, la cerco, la trovo. Comincio a seguirla ma dopo pochi metri mi rendo conto che vari smottamenti ne avevano cancellato il tracciato, mi avvio quindi fra rocce ed alberi caduti verso la direzione che avrebbe dovuto riportarmi su una silvo-pastorale che sapevo esserci più in basso. Cammino per un po ma quando il bosco si apre mi accorgo di essere sceso troppo e di essere finito su un costoncino fra due salti di circa 40 o 50 metri. Dovevo o risalire e aggirare l’ostacolo o scendere dritto per dritto.

Comincia ad imbrunire, decido di scendere.

Procedo nello stesso ambiente trovato sopra, solo ora comincia ad esserci anche qualche cespuglio di rosa canina con le sue maledette spine.

Mi sposto in direzione Sud-Ovest, la strada bianca è la ma, errore, mi trovo ancora davanti ad un salto, indietro non si torna, ma davanti a me, poco sotto intravedo un’evidente pista di animali, pare pulita, probabilmente li lo smottamento non è arrivato. L’unico problema è che per arrivarci devo scendere almeno un 5 metri in verticale, c’è trovare un punto buono: “magari trovo un bell’alberello e mi calo con lo spezzone di corda”, purtroppo però niente alberi in posizione buona, ma cerca e ricerca trovo l’ennesimo canaletto, pulito, buona roccia ma appigli un po aleatori, ci penso un attimo, mi giro e comincio a scendere, a metà sono in difficoltà, poi tastando con la mano sinistra trovo un gran bel rovescio, l’ennesimo, traverso leggermente ed in men che non si dica sono sulla mia traccia, la seguo, è bella pulita e in un attimo mi porta a ritrovare il vecchio sentiero per il campo di lavanda, che fortuna! In cinque minuti sono sulla strada bianca che stavo cercando, mi avvio a passo veloce verso casa, tra poco V. sarà tornata e voglio cominciare a preparare cena. Ho fatto un sacco di foto, un bel giro, incontri interessanti e forse ho individuato pure una falesietta, una giornata da incorniciare, non c’è che dire!

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